Ormai la rivoluzione liberale del fisco esiste solo nei libri

Ben ha fatto Francesco Giavazzi a riproporre il tema dell’eccessiva pressione fiscale in Italia, che aveva già avuto in Oscar Giannino un ultimo documentato, ma inascoltato analista. Giavazzi ha ricordato che la materia era parte importante e cifrata del programma di Berlusconi, ma si è persa per strada. Berlusconi obietterà che non ha potuto farlo perché è subentrata la crisi, altri sostengono che ha preferito porsi sulla scia del consenso spendendo di più.
5 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 16:48
Immagine di Ormai la rivoluzione liberale del fisco esiste solo nei libri
Ben ha fatto Francesco Giavazzi a riproporre il tema dell’eccessiva pressione fiscale in Italia, che aveva già avuto in Oscar Giannino un ultimo documentato, ma inascoltato analista. Giavazzi ha ricordato che la materia era parte importante e cifrata del programma di Berlusconi, ma si è persa per strada. Berlusconi obietterà che non ha potuto farlo perché è subentrata la crisi, altri sostengono che ha preferito porsi sulla scia del consenso spendendo di più. La realtà comunque è quella che ha descritto Giavazzi: la pressione fiscale è aumentata da noi più che in altri paesi e, se si depura il PIL delle stime del sommerso, abbiamo il fisco più esoso del Pianeta. Almeno in questo l’Italia può registrare un primato.
I sardi – che sono i sudditi più antichi del fisco italico – non ricordano il Tremonti dell’epoca, il Ministro della Real Casa Bogino, ma hanno incorporato il suo ricordo nell’insulto più pesante tra i tanti del loro dialetto: “che ti becchi il Bogino”. Ma con questo nome essi non intendono il Ministro, di cui ignorano l’esistenza, ma il diavolo (su Bugginu). La famosa grappa sarda, il filu ‘e ferru, ricorda i modi in cui venivano occultati i distillati prodotti in evasione fiscale: essi sotterravano i recipienti che li contenevano e mettevano un filo di ferro per identificare il luogo. La lotta tra il fisco italiano e i suoi “clienti” è tra i criteri fondanti dell’Italia unita e ha avuto una sua naturale evoluzione: da un sopruso è diventato un fatto etico perché l’aumento delle tasse risponde a istanze sociali. Esiste sempre un motivo serio per aumentare la pressione fiscale, a prescindere del servizio reso. Comunque mantiene sempre le forme di un diritto esercitato dal sovrano. Nelle zone balneari o montane i comuni incassano l’ICI non per prestare un servizio adeguato ai villeggianti, ma per assumere vigili urbani per mettere multe e fare le mille sagre di paese che si susseguono in modo incessante.

Affinché il rilancio del problema dell’eccessiva pressione fiscale possa essere affrontato – e noi ce lo auguriamo, essendo la pressione fiscale un fattore ostativo dello sviluppo italiano – occorrono alcune messe a punto:
Le tasse non sono un diritto del sovrano, ma il riflesso del dovere di dare in contropartita un servizio; altrimenti diventano gabelle simili a quelle che imponevano i signorotti feudali, come Ghino di Tacco. In Italia di gabelle ce ne sono tante. Si deve partire dal definire i servizi che lo Stato deve rendere perché i singoli e le imprese non possono procurarseli da se. E’ ciò che si definisce principio di sussidiarietà, che sta a fondamento delle democrazie liberali.
Le tasse servono per rimborsare il debito pubblico, poiché questa forma di finanziamento delle spese equivale a una tassa la cui riscossione è differita. Su questo punto Giavazzi è inpreciso quando afferma che non è il livello del debito pubblico a determinare il livello della pressione fiscale, perché così dovrebbe essere. Il problema è che le nostre tasse sono elevate a prescindere dal debito pubblico, che resta la vera corda al collo dell’economia italiana. Quando lo capiremo?
La pressione fiscale può essere oggi ridotta solo se il potere d’acquisto che si libera è in condizione di generare una spesa privata dalla quale proviene un gettito tributario almeno uguale. Poiché non sembra che così sia, il problema non si può confinare a una riduzione delle tasse, ma deve prevedere la ricomposizione del gettito e la lotta all’evasione, ossia realizzare una migliore giustizia redistributiva. Quando decideremo di farlo?

La pressione fiscale e la sua distribuzione tra le diverse categorie di reddito è lo specchio degli equilibri politici che si vengono a determinare in un Paese. Per ridurla o solo modificarla occorre che questi equilibri mutino. Ma perché ciò avvenga occorre che il problema della tassazione assuma un peso tale nelle scelte politiche da generare un ribaltone di governo, come avvenuto negli Stati Uniti con Reagan e, in parte, nel Regno Unito con la Thatcher. Attribuirei una bassa probabilità che ciò avvenga in Italia, se i gruppi dirigenti, anche sindacali, continuano a vedere nello Stato il “loro” Grande Leviatano e nella concorrenza un nemico. La rivoluzione liberale è da noi un tema da libro di testo, ma ho il sospetto che prima o dopo verrà cancellata anche da questi.
di Paolo Savona